Nella zona del Brenta, come ho potuto constatare nel corso delle interviste e dalla letteratura presente in merito, i partigiani compirono soprattutto atti di sabotaggio alle vie di comunicazione telefoniche e ferroviarie, anche se non mancarono gli scontri armati.
L'episodio di maggior rilievo (per molti aspetti ancor oggi non del tutto chiarito), la cosiddetta battaglia dell'Olmo, fu lo scontro a fuoco che costò un notevole tributo di sangue alla Brigata "Fasolato". Durante la notte tra il 26 e il 27 aprile 1945, su disposizione del Cln provinciale oltre duecento partigiani, anche di Marghera, al comando di Bruno Mialich si apprestavano a confluire a Venezia per prendere parte all'insurrezione. Probabilmente a causa di una delazione la formazione è intercettata nel corso della notte da alcune compagnie della X Mas, con elementi tedeschi provenienti da Padova, armate di mitragliere. Sorpresi dall'imboscata i partigiani si videro costretti al combattimento.
La lotta impari durò dalle ore 21 alle ore 23.30, cioè fino all'esaurimento delle munizioni. Caddero i compagni più sopra nominati (Mario Agnoletto, Giuseppe Bellini, Guido Cestonaro, Arturo Cosma, Rino Naritti, Luigi Tolomio e Alfredo Zuin). I compagni Agnoletto Vittorio e De Lorenzi Rinaldo feriti, finite le munizioni, si arresero al nemico che li finì barbaramente.
I nostri compagni prigionieri rimasero come ostaggio nelle mani dei fascisti che li misero davanti al reparto per proteggersi. I banditi della X Mas presero un carro da una famiglia e portarono via le trenta biciclette dei nostri compatrioti, portandole a Venezia." [13]
[13] G.O. Vecchiato, Antifascismo - Resistenza - Liberazione, cit. Il documento è tratto dalla Relazione del comandante della Brigata "Fasolato" di Mira, Angelo Rossato, e dei commissari Bruno Mialich ed Aurelio Rizzato, in data 13 dicembre 1946, Aivsrec (Archivio dell'Istituto veneto per la storia della Resistenza e dell'età contemporanea), b. 10, doc. 37. Giorgio Vecchiato a p. 25 afferma tuttavia che «su questa tragica vicenda esiste ancora tanta omertà... contraddittorie sono anche le relazioni dei partigiani, sia tra di loro che all'interno di ciascuna di esse. A parte il fatto se si trattò di azione di attacco o difesa, non reggono alla logica alcuni punti... comunque, quella sera del 27 aprile del 1945, ben nove resistenti pagarono con la vita la nostra attuale libertà...».
Ines Mumeni [NdR: Ines Mumeni tra il 1943 e il 1945 fu staffetta partigiana della Brigata Fasolato di Mira], staffetta partigiana, ha così ricordato quel drammatico giorno di sangue all'Olmo:
Sì, a proposito, ne parlavamo anche prima, cosa si ricorda dell'episodio dell'Olmo?
Dell'Olmo sì. Là sono partiti questi ragazzi per fermare la X Mas con i tedeschi che erano in testa.
Erano proprio gli ultimi giorni di guerra?
Era proprio l'ultimo giorno. Sicché loro si sono nascosti, abbiamo fatto in tempo a salvare quelli che venivano da Mestre - che allora c'era un mio cognato che anche loro erano lo stesso della brigata Ferretto - loro erano dall'altra parte, venivano avanti, e questi nostri invece erano di qua ma non avevano appoggio da nascondersi. Si sono nascosti sotto un tombino, per dopo saltare fuori al momento giusto, perché non volevano che questi avanzassero; per bloccarne quindi l'avanzata [...]
All'Olmo no: loro si sono bloccati là e si sono nascosti tutti sotto il tombino e quelli di Mestre, invece, non sono riusciti ad arrivare perché erano più indietro. Invece i nostri si sono fermati là, sicché la X Mas... si vede che quello che ti dicevo gli ha fatto la spia dicendo loro: «Guardate che sono nascosti là sotto!», dove avevano anche le bottiglie delle bombe che io avevo fatto in tempo a dargliele, no? E poi ero nascosta ma ho visto tutto, no? Perché c'è un'osteria all'Olmo - non so se ora l'abbiano chiusa - dopo c'era la Corte delle Bocce e c'erano tutti gli alberi, io ero nascosta: io non ho operato dentro perché loro avevano i fucili, vero? Sicché... [...]
E cos'è successo?
Sono venuti quelli della X Mas con i tedeschi e chi da una parte chi dall'altra li hanno fatti venir fuori dalla parte di qua e a ognuno gli sparavano sulla testa: ognuno di loro ha una ferita là e li hanno uccisi tutti quanti, uno a uno. Dopo loro hanno proseguito la loro strada e noialtri li abbiamo trovati là che erano appena andati via, perché era davvero poco. Sicché quella è stata una morte proprio atroce: c'era Naritti che era un ragazzino di quindici-sedici anni, c'erano tutti e due i fratelli Agnoletto, poi ce n'era uno che non so se fosse stato da Fiesso d'Artico o se era invece quello che avevano ucciso mentre venivano avanti gli americani. In totale erano nove-dieci con gli Agnoletto.[14]
[14] Dall'intervista a Ines Mumeni, cit.
La vicinanza di Mira con Mestre permise molti contatti: centinaia di volantini e appelli furono portati e fatti circolare per tutta la Riviera del Brenta (uno di questi "corrieri" era Leone Moressa, un vecchio antifascista mestrino nato a Mira), contribuendo all'opera di sensibilizzazione delle coscienze agli ideali della Resistenza. La Resistenza in effetti non si deve valutare solo in termini militari: essa ebbe soprattutto il merito di risollevare il morale e la fiducia in se stessi degli italiani.
Le interviste effettuate a partigiani, staffette e giovani testimoni all'epoca dei fatti nella Riviera del Brenta confermano sostanzialmente quanto scritto sopra. Esse ci mostrano quasi sempre uomini e donne umili e semplici ma non sprovveduti, in cui l'adesione alla lotta antifascista fu cosciente e spontanea, anche se spesso dolorosa.
N.B.: "Nell'estate del 1944, per iniziativa di alcuni operai della Mira Lanza si costituì a Mira il Battaglione "Umberto Fasolato" (poi brigata), posto al comando di Angelo Rossato. Commissario politico è Mario Minto, al quale succede in un secondo momento Bruno Mialich. Nel giro di alcuni mesi l'azione propagandistica, la diffusione di stampa e manifestini clandestini in gran parte prodotti a Marghera o provenienti dalle centrali dei partiti a Venezia, portano all'avvicinamento di numerosi giovani. La diffusione della stampa si traduce dunque anche in un momento altamente organizzativo. Con l'immissione dei nuovi apporti il battaglione si sviluppa in brigata, conservando egualmente il nome dell'antifascista caro ai miresi, morto di privazioni e stenti. A fianco della Brigata "Fasolato" opera un servizio di collegamento e informazioni assolto da diverse staffette femminili dirette da Giovanna Cabianca Gatto, una vecchia e decisa antifascista.
Giovanna Cabianca Gatto, moglie di Arturo Gatto, un noto antifascista (che subirà un anno di confino) conosciuto anche a Venezia, non rappresenta l'unico esempio di figura femminile emersa nella Resistenza rivierasca. La Resistenza, anche nella zona del Brenta, coinvolse per la prima volta nella lotta antifascista anche le donne: pur se poche numericamente, seppero farsi valere come staffette partigiane Giovanna Cabianca Gatto, Elvira Mazzucco (Maria), compagna di Romeo Isepetto incarcerata più volte, Ines Mumeni, Maria Carraro o Natalina "Irma" Boscaro, allora giovani ragazze, che a piedi o in bicicletta, sfidando i posti di blocco fascisti e tedeschi, portavano ordini e notizie a prezzo spesso di gravi rischi personali. Il prezioso apporto recato alla Resistenza da queste coraggiose donne, pur se in alcuni casi con colpevole ritardo, è stato alla fine giustamente riconosciuto. [p.174]